{"id":26491,"date":"2018-01-08T18:12:50","date_gmt":"2018-01-08T17:12:50","guid":{"rendered":"http:\/\/www.boscarol.com\/blog\/?page_id=26491"},"modified":"2018-01-08T18:12:50","modified_gmt":"2018-01-08T17:12:50","slug":"font-per-la-stampa","status":"publish","type":"page","link":"http:\/\/www.boscarol.com\/blog\/?page_id=26491","title":{"rendered":"Font per la stampa"},"content":{"rendered":"<p>Articolo scritto per il numero 3\/2005 di <strong>Print Buyer<\/strong>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Iniziamo dai nomi. Un carattere tipografico (per esempio Times o Helvetica) in inglese, e ormai anche in italiano, si chiama font. Il termine viene dal francese fonte, che significa fusione, gi\u00e0 in uso nel significato tipografico alla fine del Cinquecento. Indicava l&#8217;insieme dei caratteri tipografici in lega metallica realizzati in un sessione di fusione. Dunque &#8220;la font&#8221;, e non &#8220;il font&#8221; come si sente spesso dire in campo informatico.<\/p>\n<p>Le font elettroniche digitali sono nate all&#8217;inizio degli anni 80, con il PostScript (di Adobe) e con il Macintosh (di Apple). Le prime font del primo Macintosh (gennaio 1984) e del primo Windows (di Microsoft, novembre 1985) erano raster, cio\u00e8 fatte di puntini, ma gi\u00e0 nel 1985 Adobe e Apple producono la LaserWriter, la prima stampante laser, che conteneva 4 font PostScript: Times, Helvetica, Courier, Symbol, ognuna delle prime tre in quattro stili (Regular, Italic, Bold e BoldItalic) per un totale di 13 stili.<\/p>\n<p>Le font PostScript non sono font a puntini, ma font outlined, il cui tracciato cio\u00e8 \u00e8 definito da una formula, ma sono troppo complesse per l&#8217;uso non specializzato. Nel 1990 Apple realizza allora le prime font TrueType, anch&#8217;esse outlined ma di uso pi\u00f9 semplice, e d\u00e0 in licenza la tecnologia a Microsoft, che la modifica.<\/p>\n<p>A questo punto (siamo nel 1994) esistono dunque le font raster e tre tipi di font outlined: PostScript, TrueType versione Apple e TrueType versione Microsoft, ma per complicare il panorama entra in scena la cosiddetta Advanced Typography. Le font dei vecchi tipografi avevano caratteristiche che si erano perse con il passaggio al digitale. Per esempio la legatura, cio\u00e8 la possibilit\u00e0 di usare un unico carattere disegnato appositamente al posto di due caratteri che assieme non stanno tanto bene: tipicamente la coppia fl (flauto) e la coppia fi (fiato). E poi ancora il maiuscoletto &#8220;vero&#8221;, cio\u00e8 disegnato appositamente, non il maiuscolo al 70%. Le varianti, per esempio la s a fine di parola diversa dalla s in mezzo alla parola, e molte altre belle cose.<\/p>\n<p>Dunque sia ad Apple che a Microsoft viene in mente, attorno al 1995, di arricchire le proprie font TrueType con le legature, il maiuscoletto vero, le varianti e molte altre caratteristiche speciali. Apple realizza le cosiddette font TrueType AAT (Apple Advanced Typography) e Microsoft, alleandosi con Adobe, realizza le OpenType.<\/p>\n<p>Alla fine degli anni Novanta esistono dunque almeno sei tipi di font digitali (raster, PostScript, TrueType Mac, TrueType Win, TrueType AAT e OpenType), in realt\u00e0 molti di pi\u00f9 considerando anche le varianti secondarie, la principale delle quali \u00e8 costituita dai due &#8220;gusti&#8221; di OpenType: quelle basate su PostScript e quelle basate su TrueType.<\/p>\n<p>Come districarsi? Forse come ha fatto Adobe, che nel 2003 ha cessato la produzione di font PostScript e ora produce solo font OpenType. E infatti le font OpenType sono, per il grafico e l&#8217;impaginatore, le uniche font che oggi vale la pena avere e utilizzare.<\/p>\n<p>La cosa pi\u00f9 interessante di una font OpenType \u00e8 che contiene ben pi\u00f9 dei soliti 255 caratteri (lettere maiuscole e minuscole, cifre, punteggiatura, caratteri speciali) arrivando fino a 65000. Dunque una singola font pu\u00f2 contenere oltre ai caratteri latini, i caratteri greci, cirillici, arabi e coreani (per fare solo qualche esempio) e si pu\u00f2 scrivere un testo complesso e multilingue senza cambiare font, cosa altrimenti inevitabile e causa di numerosi guai.<\/p>\n<p>Una seconda importante caratteristica \u00e8 che i caratteri di una font OpenType sono numerati internamente con il cosiddetto Unicode, che \u00e8 fatto in modo tale che ad un determinato posto (degli oltre 65000 disponibili) ci sia sempre lo stesso carattere, in qualunque font. Per esempio al posto 97 c&#8217;\u00e8, in tutte le font, la a latina minuscola, al posto 916 la delta greca maiuscola e al posto 1041 la lettera B maiuscola dell&#8217;alfabeto cirillico. Il segno matematico di insieme vuoto \u00e8 sempre al posto 8709, la radice quadrata all&#8217;8730 e l&#8217;infinito all&#8217;8734. Aleph all&#8217;8501 e omega al 937. Se avete composto un testo in Times con alcune lettere greche e un po\u2019 di caratteri speciali sparsi qua e l\u00e0 e dovete trasformarlo in Caslon, con OpenType \u00e8 solo un clic (senza OpenType una tragedia).<\/p>\n<p>Una terza cosa interessante \u00e8 che una font OpenType pu\u00f2 contenere le funzioni di tipografia avanzata di cui si \u00e8 parlato sopra: legature, maiuscoletto vero (non quello finto ottenuto riducendo il maiuscolo), frazioni, indici e apici veri (non simulati), finali di parola e numerose altre.<\/p>\n<p>Un&#8217;ultima caratteristica \u00e8 che le font OpenType sono multipiattaforma, cio\u00e8 possono essere usate sia su Mac che su Win e sono contenute in un unico file per ogni stile. Non come le vecchie font PostScript, come sanno tutti i grafici che le stanno usando da vent&#8217;anni, hanno bisogno di un file valigetta e di un file outlined per ogni stile: nei men\u00f9 si vede quello che c&#8217;\u00e8 nella valigetta, in stampa vengono usate le font outlined. Le font OpenType sono semplicemente un file per ogni stile: regular, italic, bold e tutti gli altri.<\/p>\n<p>Il prossimo lavoro che dovete preparare per la stampa, fatelo con font OpenType. Nella foresta delle font, \u00e8 la soluzione per non perdersi, per rendere gradevole la scrittura e per evitare molti dei font-problemi che tutti i grafici conoscono.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Articolo scritto per il numero 3\/2005 di Print Buyer. &nbsp; Iniziamo dai nomi. Un carattere tipografico (per esempio Times o Helvetica) in inglese, e ormai anche in italiano, si chiama font. 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