The Nina Simone Web
   Rock: 500 album da collezione, voce Nina Simone
 
Roberto Casalini, Paolo Corticelli, Oscar Mondadori 1989 

«Portavo sempre il ghiaccio a Nina Simone. Era sempre carina con me. Mi chiamava "Tesoro". Le portavo un saccone di plastica grigia pieno di ghiaccio per raffreddare lo Scotch. Lei si strappava la sua parrucca bionda e la gettava sul pavimento. Sotto, i suoi capelli veri erano corti come il pelo tosato d'un agnello nero. Si scollava le ciglia finte e le appiccicava allo specchio. Le sue palpebre erano spesse e dipinte d'azzurro. Mi facevano sempre venire in mente una di quelle Regine Egiziane che vedevo nel National Geographic. La sua pelle era lucida di sudore. Si arrotolava un asciugamano azzurro intorno al collo e si sporgeva in avanti appoggiando entrambi i gomiti sulle ginocchia. Il sudore rotolava giù dalla sua faccia e schizzava sul pavimento di cemento rosso tra i suoi piedi.» 

Gli esordi di Nina Simone, descritti da Sam Shepard in un breve racconto di Motel Chronicles (Feltrinelli, 1985), avvengono nel circuito dei night club. «Finiva sempre il suo spettacolo con la canzone "Jenny Pirata" di Bertold Brecht. Cantava sempre quella canzone con una sorta di profonda e penetrante rivalsa come se avesse scritto le parole lei stessa. La sua esecuzione puntava diritta alla gola di un pubblico bianco. Poi puntava al cuore. Poi puntava alla testa. Era un colpo mortale in quei giorni.» Racconto esemplare di fascinazione musicale, il testo di Sam Shepard descrive con esattezza la suggestione esercitata a partire dagli anni '50 da Nina Simone, immensa e misconosciuta esponente del canto nero. 

Nata Eunice Waymon nel 1933 da una predicatrice del North Carolina, la cantante diventa Nina Simone nel 1959 quando coglie il suo primo successo con una smorzata e dolente versione di I loves you Porgy di Gershwin. L'ecletticità del repertorio, la tonalità scura e fremente del canto e il suggestivo accompagnamento del piano che ha imparato a suonare quando aveva otto anni, la fanno notare. Ma Nina Simone non è un personaggio facile: scontrosa nella vita come in scena, personalissima e "difficile" anche quando esegue gli standard più banali, è la classica artista di culto. 

Questo ottimo greatest hits propone dieci brani memorabili, che danno modo di assaporare le sue rare doti di interprete, il suo contralto maestoso e minaccioso, sottilmente malinconico o sarcastico. Pirate jenny e I loves you Porgy ci sono, assieme al palpitante gospel Sinnerman, all'afrobeat See-line woman, al classico del rock Don't let me be misunderstood (la sua esecuzione, a onta di un'orchestrazione pomposa e datata, è da far diventare verde per l'invidia Joe Cocker), al magniloquente country di Van McCoy Break down and let it all out, al tema da film Wild is the wind reso con intenso trasporto e al sinistro gioiellino I put a spell on you di Screamin' Jay Hawkins. Ma pezzi forti sono due composizioni di Nina Simone, Mississippi goddam che dietro l'andamento della cabaret-song nasconde un testo sferzante (<<Ho i cani alle calcagna/Qui le scolarette sono in prigione/ Un gatto nero mi attraversa la strada/Accidenti al Mississippi e all'Alabama>>) e l'inarrivabile Four Women, ritratto di quattro donne nere sconfitte dalla vita che fa venire i brividi. 

Artista essenzialmente live, Nina Simone ha inciso decine di album eccellenti. Negli anni '60 vanno ricordati almeno Forbidden fruit (Colpix, 1961), Sing Ellington (Colpix, 1963), In concert (Philips, 1964), Broadway-blues-ballads (Philips, 1964) Sings the blues (Philips, 1967) e To love somebody (Rca, 1969). Degli anni '70 sono degni di nota Black gold (Rca, 1970), Heres comes the sun dedicato al repertorio di George Harrison (Rca, 1971), Pure gold (Rca, 1978) e Baltimore (Cti, 1978). Recente è il buon live Let it be me (Verve, 1988) che a dispetto della precaria forma fisica (leggi: alcool) la vede ancora interprete apprezzabile. Artista difficile da catalogare, Nina Simone incorpora nel suo canzoniere, oltre ai classici della black music, autori come Bob Dylan, Randy Newman, Leonard Cohen e Jacques Brel. 


Comments to Mauro Boscarol