| Le grandi voci della musica americana: voce Nina Simone | |
| Luciano Federighi, Oscar Saggi Mondadori, 1997 Brumose e ipnotiche sono le atmosfere preferite da Nina Simone, strana, severa, eclettica raconteuse dai tratti sacerdotali (la chiamavano, non a caso, "the High Priestess of Soul") ascoltata in una raccolta di suggestive interpretazioni di ballad celebri e oscure tratte da diversi album Philips della metà degli anni '60 [After Hours, Verve 526 702]. C'è attraverso After Hours una tensione drammatica che si fa particolarmente densa nello holidayano "Don"t Explain" (un suo arrangiamento del '65, con il flauto di Rudy Stevenson), nel venerabile e cupamente ghignante "Nodoby" (recitativo di Bert Williams, il grande comedian nero della Broadway inizio secolo), nel bozzetto di smarrimento e solitudine notturna, "Night Song" (come il precedente con le dilatate orchestrazioni di Hal Mooney), e in "Don't Smoke in Bed" (un live del '64 alla Carnegie Hall, con Nina da sola al piano), pensoso e nostalgico bozzetto dell'estroso songwriter Willard Robison e un monologo nel quale si incrociano amarezza e tenerezza. In equilibrio tra sofferenza esistenziale, lunatica ironia e livida retorica, il suo contralto sacrale e mascolino, dagli alti margini sfrangiati e dalle fonde, irregolari chiazze di vibrato, lascia un'impronta originalissima anche in standard d'autore, come "I Loves You Porgy" (già un insolito successo R&B e pop nel '59, per lei, su Bethlehem), "Little Girl Blue" e "If I Should Lose You" (in un 'rubato" percorso da lunghi e frastagliati portamenti): mentre "Images", intonato "a cappella" (ancora alla Carnegie Hall) e modulato con un calmo e friabile melisma che rivela le molteplici radici musicali di Nina (classica, gospel, folk), illustra la sua attenzione di cantautrice per la tematica femminile, esplorata in quegli anni anche con "Four Women". Benché sotto un profilo ritmico e interpretativo il canto eccentrico di Nina Simone si ponga al di fuori dei parametri del jazz, le sue prime registrazioni Bethlehem e Colpix (del '59-63, con episodi ellingtoniani, spiritual, blues: The Best of Colpix Years, Roulette Jazz B21S-98584) la collocano in una fluida area jazzistica. Più fortemente personalizzato, nella sua variegatezza, è il successivo repertorio Philips dei tre volumi di The '60s (Mercury 838 543/4/5), comprendente gli accorati statements politici di "Mississippi Goddam" e "Old Jim Crow" e le peculiari versioni di "Ne Me Quitte Pas" e "I Put a Spell on You", e quello RCA di fine anni '60, con i classici "Do What You Gotta Do" e "To Be Young, Gifted and Black" (sintesi nei due volumi di The Essential, RCA 66307 e 66428). Intrigante è ancora il Baltimore del '78 (Epic ZK-57906: memorabile la lettura del desolato song del titolo, di Randy Newman), mentre il live Let It Be Me dell'87 (Verve 831 437) e soprattutto A Single Woman del '93 (Elektra 61503) mostrano un calo di tensione tecnico-espressiva.
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