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| Confronto tra ICC e PCM | |||
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ICC è una tecnologia di colore che agisce on-host: la conversione di colore da un profilo di origine ad un profilo di destinazione avviene (in maniera trasparente o sotto il controllo dell'utente) nelle applicazioni (application-level) o nel driver di stampa (driver-level). PCM è invece una tecnologia di colore che agisce in-rip, cioè nella stampante PostScript Level 3: in questo caso la conversione di colore da CSA a CRD avviene sotto il controllo del rip (i cui parametri possono eventualmente essere impostati dall'utente). L'ambito di applicazione di PCM è quindi dal driver di stampa in poi. Le due tecnologie possono essere contemporaneamente presenti solo nel driver di stampa PostScript, cioè nel momento in cui finisce la gestione dell'immagine on-host e comincia quella in-rip. PCM e ICC non sono tuttavia mondi separati e incomunicabili. Un CSA e la parte di origine (da periferica a PCS) di un profilo ICC contengono essenzialmente gli stessi dati, e così un CRD e la parte destinazione (da PCS a periferica) di un profilo ICC. Dunque, trasformare un profilo ICC di periferica in CSA o CRD e viceversa è semplice, si fa con formule matematiche, senza perdita di informazione. ColorSync include funzioni per convertire un profilo di periferica in CSA o CRD, anche durante la stampa PostScript, mediante LaserWriter o AdobePS. Manca invece il supporto della gran parte delle applicazioni. |
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| Vantaggi di PCM | |||
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Dal punto di vista della filosofia del workflow, l'idea del PostScript Color Management è affascinante perché lascia il compito della conversione al rip, nel momento della stampa. In questo modo il carico di lavoro è distribuito e il computer è meno sovraccaricato. A favore dei profili PostScript può essere detto che un CSA è normalmente più compatto di un profilo ICC, e può essere più accurato, perché è basato su un algoritmo e non su una tabella. Anche un CRD può essere più compatto di un profilo ICC perché contiene normalmente una sola tabella, mentre il profilo ICC di una stampante ne può contenere anche otto (per i diversi intenti di rendering). |
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| Svantaggi di PCM | |||
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D'altra parte bisogna notare che PostScript Color Management può essere supportato solo da un rip Level 3 (oppure Level 2 con versione superiore a 2016).
D'altra parte i rip Level 3 possono supportare PCM, ma non necessariamente lo supportano. Il costruttore del rip può aver incorporato il supporto di PCM, oppure no, può aver incorporato un CRD oppure no; può aver previsto il controllo di questo CRD oppure no. Di conseguenza rip Level 3 diversi possono supportare PostScript Color Management in modo diverso. Alcuni rip per esempio accettano un CSA CMYK, altri non lo accettano (come i rip level 2). Quindi per queste ultimi una conversione da CMYK a CMYK (in-rip proof) non è possibile: bisogna controllare la versione del rip per evitare sorprese.
I CRD e CSA PostScript sono molto più potenti e flessibili dei profili ICC, ma sono più complessi da interpretare. Per questo motivo i profili ICC (che sono basati su tabelle) sono stati meglio accolti. Inoltre a favore dei profili ICC si può invece dire che sono bidirezionali, mentre CSA e CRD sono "a senso unico". Inoltre PostScript, sebbene più accurato, è anche più lento, ed ha bisogno di un interprete. Al contrario, un profilo ICC richiede un motore di colore, che è un software più semplice, meno complesso. Forse per questi motivi PostScript Color Management ha meno successo di ICC. Anche Adobe per il formato grafico PDF, dalla versione 1.3, ha scelto i profili ICC, perché più semplici e diffusi. |
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| Problemi con il CRD residente | |||
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Lo svantaggio più citato di PCM è che se il CRD è residente nella stampante, la bontà e l'efficacia della gestione del colore dipende dal costruttore della stampante stessa. Raramente il CRD è documentato (per esempio quello inserito nelle stampanti Kodak a sublimazione), e quando lo è, lo è spesso in modo approssimato. Alcuni CRD sono permanentemente "scolpiti" nella ROM del rip e non è possibile rimpiazzarli con un altro CRD "custom". Dovrebbe invece essere disponibile (in modo automatico o manuale) più di un CRD, perché la scelta dipende dalla combinazione inchiostro/carta della stampante. Spesso l'unico modo di usare un altro CRD (per l'intero documento) consiste nell'inserirlo nel flusso di stampa sperando che il Rip, vedendolo, possa pensare, "devo usare questo CRD invece di quello incorporato" come dicono le specifiche. Se si tratta di un CRD per una singola immagine, quello incorporato torna ad essere usato dopo aver stampato l'immagine. Idealmente dovrebbe essere possibile inserire il CRD nel PPD della stampante. L'applicazione potrebbe allora usare quello incorporato o inserire nel flusso di stampa PostScript quello del PPD. Ma non credo sia ancora possibile farlo. Dovrebbe anche essere possibile l'interrogazione e l'estrazione del CRD residente nel rip. In caso contrario non è possibile per esempio fare un soft proof. Nessun programma è in grado di interrogare la stampante, prelevare il CRD e utilizzarlo per il soft proof. Solo alcune utilità software permettono di costruire un CRD (Logo ProfileMaker, Heidelberg PrintOpen). E non tutte supportano tutti e quattro gli intenti di rendering. Alcuni rip (per esempio alcune stampanti HP DesignJet) accettano DeviceCMYK e lo convertono in un CSA, come colore indipendente dalla periferica per separarlo con il CRD della stampante (per esempio per proofing, ma si perdono gli effetti speciali degli inchiostri e ci sono gli errori di arrotondamento). I rip standard non hanno questa possibilità. Si noti che se i colori di origine sono definiti dal CSA in uno spazio CMYK riferito alla stampante sulla quale si stampa, PCM li trasforma comunque in XYZ e li ritrasforma in CMYK con il CRD. In teoria dovrebbero ritornare i dati di partenza, ma possono essere introdotti errori di arrotondamento. Inoltre non c'è modo di conservare effetti speciali sugli inchiostri, come sovrastampa e knock-out. E questo anche se i dati avrebbero potuto essere usati direttamente. |
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