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Il blog di Mauro Boscarol sulla gestione digitale del colore

Nella serie Storia della scienza del colore

Gli antichi Greci, le colonie e i pitagorici

Greci d’oriente e Greci d’occidente
La nascita della cultura scientifica
L’ottica antica
La sensazione di colore negli antichi Greci
Teorie della visione degli antichi Greci
Pitagora e la scuola pitagorica
La visione secondo la scuola pitagorica

I vari settori della scienza si sono sviluppati storicamente a partire dalla filosofia greca che è letteralmente “amore per la conoscenza” senza secondi fini. L’oggetto di studio, almeno per i filosofi dell’età classica, è la conoscenza generale del mondo e la ricerca della verità, e in particolare la “filosofia naturale” ha come oggetto di studio i fenomeni della natura.1 Ancora duemila anni dopo (precisamente nel 1687) Newton intitolerà il suo trattato sulla gravitazione Principi matematici della filosofia naturale e fino al XVIII secolo gli studiosi che oggi chiamiamo “fisici” sono chiamati “filosofi della natura” (e i “fisici” erano quelli che oggi chiamiamo “fisiologi”).

Greci d’oriente e Greci d’occidente

La guerra di Troia, combattuta attorno al 1250 a.C., durata 10 anni e narrata circa quattro secoli più tardi da Omero nell’Iliade, è un episodio dell’espansione della civiltà egea verso le coste dell’Asia Minore (l’odierna Anatolia, la parte asiatica della Turchia). La civiltà egea (o micenea) era basata sul commercio e sulla navigazione ed aveva iniziato a svilupparsi attorno al 1600 a.C. non solo nel Peloponneso, ma anche nei territori limitrofi della Beozia, della Tessaglia e dell’Attica. Il popolo che aveva sviluppato questa civiltà, e che aveva causato la decadenza della precedente civiltà minoica di Creta, era il popolo degli Achei.

Tra il 1200 e il 1000 a.C. la civiltà egea entrò in una fase di declino, probabilmente per cause interne e forse anche per l’invasione da nord dei Dori, che spinsero le popolazioni della Grecia ad emigrare e a colonizzare le coste dell’Asia Minore e le isole dell’Egeo. Fu così che sorsero le colonie orientali di Smirne, Mileto, Efeso, Alicarnasso, Samo e Chio e da allora il popolo greco sarà costituito dalle tre stirpi degli Eoli (sinonimo di Achei), degli Ioni e dei Dori. Le tre stirpi occupavano rispettivamente la parte settentrionale, la parte centrale e la parte meridionale delle coste e delle isole dell’Asia Minore, ma poiché la stirpe più attiva nell’opera di colonizzazione era quella degli Ioni, i territori colonizzati erano genericamente conosciuti con il nome collettivo di Ionia. Questo accadeva nell’epoca in cui in Asia Minore la lavorazione del ferro iniziava a sostituire quella del bronzo nella produzione di armi e utensili.

Ionia

Il periodo successivo al crollo della civiltà egea è noto come “medioevo ellenico”, un periodo oscuro per la cultura, durante il quale la scrittura venne dimenticata e l’arte presentava forme di decadimento. Ma quello fu anche il periodo in cui si formarono le póleis ioniche, le libere città-stato che costituiranno l’essenza della civiltà greca. Il processo democratico e culturale che ebbe origine presso le póleis si estenderà successivamente alla madrepatria e sarà l’Atene del IV secolo a.C. a vedere la nascita della democrazia, una forma di governo che ha lasciato un segno a cui si ispirano ancora oggi gran parte degli stati moderni. Il medioevo ellenico si conclude convenzionalmente nel 776 a.C., l’anno dei primi Giochi Olimpici, una data che rappresenta simbolicamente l’inizio della storia in Grecia e che viene utilizzata per datare tutti gli avvenimenti della Grecia antica.

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Attorno al 700-800 a.C., circa quattro secoli dopo la prima ondata migratoria verso oriente, inizia una seconda serie di flussi migratori dalla Grecia e dalla Ionia, questa volta organizzati e diretti verso occidente. Ed è proprio qui che comincia la nostra storia del colore, in Sicilia e in Magna Grecia, più o meno cinque secoli prima di Cristo. Quei territori erano stati colonizzata nei due o tre secoli precedenti da mercanti, contadini, coltivatori, artigiani Greci, che avevano fondato città che diventarono presto ricche e potenti: Messina, Siracusa, Catania, Agrigento, Selinunte in Sicilia e Taranto, Metaponto, Sibari, Reggio, Pæstum, Napoli e Crotone nella Magna Grecia. Con le colonizzazioni la cultura greca, i dialetti, i riti religiosi e le tradizioni delle póleis indipendenti erano stati esportati in Sicilia e nella penisola italiana.

La nascita della cultura scientifica

È nelle colonie greche orientali e occidentali che gli studiosi hanno localizzato l’inizio della cultura scientifica. Un greco orientale, Talete di Mileto (624-565 a.C.) è considerato il primo scienziato della storia.2 È probabile che Talete non abbia scritto alcuna opera, ma su di lui vi sono numerose testimonianze e la sua figura sfuma nella leggenda. A Talete si fanno risalire le dimostrazioni di alcuni teoremi di geometria e si racconta che, in visita in Egitto, riuscì a misurare l’altezza delle piramidi basandosi sulle loro ombre. Tuttavia Talete pare non si sia mai occupato di una delle principali discipline che si praticavano nell’antica Grecia, cioè la scienza della visione umana.

Gli antichi pensatori greci sapevano che l’essere umano vive in due mondi distinti: quello interno, personale e soggettivo, fatto di esperienze, sensazioni e percezioni, e quello esterno, oggettivo, regolato da leggi fisiche, in cui si trovano i corpi materiali. Il collegamento tra il mondo interno e quello esterno è realizzato dai sensi, e il senso più importante, la base di tutta la conoscenza umana e il modello per il funzionamento della mente, è il senso della vista. Platone scrive che

… la vista, a mio giudizio, è diventata per noi causa della più grande utilità, in quanto dei ragionamenti che ora vengono fatti intorno all’universo, nessuno sarebbe mai stato fatto, se non avessimo visto né gli astri, né il sole, né il cielo.
[Platone Timeo] 47 A-B

La visione è considerata il tramite tra l’osservatore e la realtà esterna e lo studio della visione si pone come obiettivo la ricerca di una relazione tra il sistema visivo dell’osservatore e l’oggetto osservato allo scopo di comprendere come l’essere umano vede, in senso letterale, il mondo esterno, e quindi poterlo interpretare e capire. Lo studio della visione si inquadra dunque nel tema più vasto della conoscenza generale del mondo: vedere è conoscere, e i due concetti sono inestricabilmente legati. Ancora oggi in molte lingue, italiano compreso, il verbo “vedere” ha anche il significato di “capire”, “afferrare”.

L’ottica antica

Per i moderni la parola “ottica” (in greco optice, da optomai che significa “vedere” a sua volta derivato da ops, “occhio”) indica quella parte della fisica, dai contenuti ormai acquisiti e abbastanza stabili, che studia la radiazione elettromagnetica visibile (e solitamente anche infrarossa e ultravioletta) e i suoi fenomeni, dalla sorgente luminosa all’interazione con la materia. L’ottica moderna si limita dunque alla prima fase dello studio della visione, mentre le fasi successive si collocano in altre discipline che riguardano la conversione dei segnali elettromagnetici che incidono sulla retina in segnali elettrici neurali, i quali a loro volta vengono trasmessi lungo il nervo ottico e arrivano fino alle aree del cervello preposte alla visione.

Non è sempre stato così. Nella Grecia antica e fino a tutto il XVI secolo, l’ottica è lo studio generale e allargato della visione, cioè lo studio (a) della natura della luce, come causa della visione, (b) dell’anatomia e fisiologia dell’occhio, come tramite della visione, e (c) della percezione delle forme e del colore dei corpi, come risultato della visione. Vasco Ronchi, il più influente studioso italiano di ottica del XX secolo ha proposto di ridefinire l’ottica moderna nei termini antichi come teoria della visione ma la sua idea non ha avuto molto seguito tra gli studiosi.3

In realtà la natura della luce non viene inizialmente studiata dagli antichi Greci perché la luce stessa non viene considerata un’entità indipendente e comunque non viene messa in relazione diretta ed esplicita con la visione. Viene invece studiata la modulazione della luce: la catottrica studia la riflessione della luce, per esempio tutto ciò che ha a che fare con gli specchi, mentre la diottrica studia la rifrazione della luce, nel passaggio da un mezzo (per esempio l’aria) ad un altro (per esempio l’acqua).

Invece, per quanto riguarda il colore, gli antichi Greci avevano un atteggiamento particolare che è stato studiato a partire dall’inizio del XIX secolo.

La sensazione di colore negli antichi Greci

Già nella parte storica della Farbenlehre di Johann Wolfgang von Goethe (1749-1842) si legge che presso gli antichi Greci i nomi dei colori non erano fissi, né stabiliti con esattezza, ma erano “mobili e oscillanti” e “venivano impiegati su ambedue i lati che dividono i colori tra di loro”.4 Così il loro giallo tendeva da una parte al rosso, dall’altra all’azzurro, l’azzurro tendeva da una parte al verde e dall’altra al rosso, e così via per gli altri colori. Per esempio xanthos è un nome che copre i colori che vanno da tutti i tipi di giallo fino al rosso, eruthros comprende tutti i rossi ma si espande anche ai gialli e ai viola, kuaneos (da cui deriva l’italiano ciano) copre dal blu al viola ma è sempre un colore scuro, chloros e glaukos vannodal verde al giallo ma sono sempre colori chiari.

Solo due nomi hanno un significato ben delimitato: leukos è il bianco e melas è il nero. Ed è proprio dalla mescolanza (mixis) di bianco e di nero, di luce e di tenebre che, secondo gli antichi Greci, si formano i vari colori. In questo senso tutti i colori si possono disporre tra il colore più chiaro (bianco, luce) ed il colore più scuro (nero, buio).

Leggendo questo articolo della Farbenlehre, scritto attorno al 1810, se ne trae l’impressione che gli antichi Greci non fossero particolarmente interessati ad una esatta discriminazione dei colori, e questa è anche l’idea che, cinquant’anni dopo, se ne fece anche William Ewart Gladstone (1809-1898) filologo e statista inglese. Nel 1858 Gladstone riprende l’osservazione di Goethe e la verifica nell’opera di Omero. Nel capitolo “Homer’s Perception and Use of Colour” del suo trattato Studies on Homer and the Homeric Age Gladstone individua i nomi di sei colori, oltre a bianco e nero, e conferma di trovare la extreme vagueness del loro significato.5 Un esempio è il colore giallo che Omero assegna ai cavalli e ai capelli sia di uomo che di donna; un altro è il colore viola del sangue, delle nuvole scure e delle onde mosse. Il rosso veniva invece usato correttamente per il sangue, il vino, il rame.

Gladstone pensa che la causa di questa incertezza sia il fatto che che gli antichi Greci percepivano il colore in modo diverso da come lo percepiamo noi europei moderni. Questa incerta attribuzione dei nomi ai colori, assieme al fatto che, al contrario, gli effetti di chiarezza erano descritti perfettamente, fa concludere a Gladstone che gli antichi Greci davano ad ogni colore prevalentemente il significato di chiarezza.

È stato dibattuto a lungo sulla causa di questa discrepanza tra visione del colore e vocabolario del colore.6 Gladstone inizialmente pensava che ciò fosse dovuto ad una cecità ai colori universalmente diffusa tra gli antichi Greci.7 I contemporanei di Omero, secondo Gladstone, non avevano ancora il senso del colore sviluppato e vedevano il mondo in bianco, nero e rosso.

La questione viene ripresa circa dieci anni dopo, quando il filologo tedesco Lazarus Geiger (1829-1870) studiando testi antichi (poemi vedici, Bibbia) trova le stesse stranezze indicate da Gladstone. Geiger però si spinge più avanti ipotizzando che la percezione di colore possa essere determinata non solo dall’anatomia ma anche dalle convenzioni culturali. Inizia così la controversia sul conflitto tra natura (ciò che l’occhio è in grado di vedere) e cultura (ciò che il linguaggio è in grado di descrivere) che dura ancora oggi.

Nel 1877 l’oculista tedesco Hugo Magnus (1842-1907) in un trattato sull’evoluzione del senso del colore, fornisce una base fisiologica alle tesi di Gladstone e di Geiger. Ciò che gli occhi moderni vedono è dovuto ad una evoluzione avvenuta lungo i secoli e attraverso l’esercizio. La prestazione della retina è stata gradualmente modificata dai raggi di luce che continuamente e incessantemente ha assorbito e i progressi sono stati poi ereditati di generazione in generazione.

Al dibattito aveva partecipato anche il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche (1844-1900) scrivendo che

… siamo costretti a riconoscere che i loro [degli antichi Greci] occhi erano ciechi per l’azzurro e il verde, e invece del primo vedevano un bruno più scuro, in luogo del secondo un giallo (giacché designavano con la stessa parola, per esempio, il colore dei capelli bruni, quello del fiordaliso e del mare meridionale, e con la stessa parola il colore delle piante più verdi e della pelle umana, del miele e della resina gialla: sicché, stando alle testimonianze, i loro grandissimi pittori hanno ritratto il loro mondo solo col nero, il bianco, il rosso e il giallo)…
[Friedrich Nietzsche Aurora. Pensieri sui pregiudizi morali (1881) Aforisma 426]

La tesi dell’ereditarietà delle caratteristiche acquisite durante la vita di un individuo era abbastanza diffusa in quel periodo e solo dopo la morte di Darwin, che nel frattempo (1859) aveva pubblicato Origin of the Species, cominciarono ad essere sollevati dei dubbi. Innanzitutto il modello dell’ereditarietà non può essere applicato ai cambiamenti anatomici: le caratteristiche acquisite da un individuo durante la sua vita non vengono trasmesse ai figli. Inoltre, lo scenario tracciato da Magnus ipotizzava che lo sviluppo complessivo della visione del colore nell’uomo sia avvenuto in un tempo troppo breve, due o tremila anni.

Se la capacità visiva non è cambiata in epoca storica, come si potevano spiegare le manchevolezze delle lingue antiche individuate da Gladstone e da Geiger? Si ripresenta il dilemma: la percezione del colore dipende dalla nostra natura (come pensavano Gladstone, Geiger, Magnus) o dipende dalla nostra cultura? I “culturalisti” osservavano che anche nelle lingue moderne alcune frasi si riferiscono al colore in maniera imprecisa, come “vino bianco” (in realtà giallo), “persona nera” (in realtà marrone), “luce bianca” (in realtà acromatica), “rosso dell’uovo” (in realtà arancione). I “naturalisti” si basavano invece su un presunto parallelismo tra linguaggio ed esperienza: l’assenza di un nome per un colore esprime l’assenza della rispettiva sensazione.

Successive ricerche resero evidente che non solo i testi antichi, relativi a popolazioni estinte, ma anche le lingue parlate da popolazioni ancora esistenti, di vari gruppi etnici sparsi per il mondo, presentano le stesse stranezze indicate da Gladstone, Geiger e Magnus. E tuttavia questo lessico lacunoso non impedisce alla popolazione di discriminare con molta precisione i colori. Per esempio, alcune popolazioni usano un solo nome per verde e blu, ma percepiscono nettamente la differenza tra i due colori. In altre parole gli individui sono in grado di cogliere le differenze tra i colori senza tuttavia sentire la necessità di dare loro nomi distinti. Un esempio di ciò lo troviamo ancora oggi nella lingua inglese: la parola blue indica alcuni colori per i quali l’italiano ha più di un vocabolo: blu, azzurro, celeste, che hanno più o meno lo stesso significato rispettivamente di dark blue, medium blue, light blue in inglese. Ma naturalmente sia gli italiani che gli inglesi percepiscono le stesse varietà di colori blu.

È stato il linguista e filosofo svizzero Anton Marty (1847-1914) a far notare che l’assenza di un nome per una cosa non necessariamente indica che si è privi dell’esperienza di quella cosa, ma potrebbe anche indicare che non si è interessati a classificarla e distinguerla. Il linguaggio non registra tutte le cose interessanti delle quali abbiamo sensazione ma solo alcune tra queste, quelle più importanti per la comunicazione. E se ciò accadeva nel XIX secolo poteva essere accaduto anche nel caso di Omero e degli antichi Greci.

Insomma, Gladstone pensava che la differenza tra il rudimentale vocabolario omerico del colore e il nostro fosse il risultato di una arretratezza anatomica degli occhi degli antichi Greci, ma oggi sappiamo che negli ultimi millenni l’anatomia dell’occhio non è cambiata e sembra più convincente la tesi opposta: il vocabolario del colore di lingue diverse può essere la causa delle differenze nelle percezioni del colore. Il nostro vocabolario è più raffinato e potrebbe averci resi più sensibili ad alcune sottili distinzioni cromatiche. Questa tesi è supportata da ricerche neurologiche, alcune basate sul tempo necessario per distinguere due colori, altre basate sul fatto che le aree linguistiche risiedono nell’emisfero sinistro del cervello e non in quello destro.8 Maria Michela Sassi sintetizza tutto ciò notando che la mancanza del blu negli antichi Greci

può essere ricondotta, forse, a specifiche condizioni socioculturali osservando che essa è complementare a una preferenza per i toni del rosso e del giallo che può trovare spiegazione … con la loro qualità di colori “animali”, perciò utili alla distinzione di elementi importanti per la vita pratica; là dove blu (e verde) funzionano come colori di sfondo, poco importanti in contesti scarsamente interessati a una funzione contemplativa del paesaggio naturale (ai fini pratici la nuvolosità del cielo o il movimento del mare sono più importanti della loro tinta).
[“I colori dei Greci" in Multiverso 4]

Sta di fatto che gli antichi Greci hanno verso il colore un particolare atteggiamento consistente nella preoccupazione non tanto di indicare i colori nel modo in cui i moderni sono abituati a farlo, ma di indicarli secondo la loro chiarezza, cioè secondo la quantità relativa di luce che riflettono. In particolare, tutti i filosofi Greci, da Empedocle, a Platone, ad Aristotele sono d’accordo sul fatto che bianco e nero, cioè chiaro e scuro (massima e minima chiarezza) sono i due colori principali, quelli che generano tutti gli altri, e questa idea sarà prevalente fino a tutto il Medioevo.

Le teorie della visione degli antichi Greci

Gli studiosi classificano le antiche teorie della visione secondo il modo in cui viene stabilito il contatto tra l’osservato e l’occhio dell’osservatore.9 Questo contatto può essere stabilito in due principali modi: (a) l’occhio emette dei “raggi visuali” non meglio specificati verso l’oggetto osservato, oppure (b) qualche flusso che rappresenta l’oggetto osservato raggiunge l’occhio e viene immesso al suo interno. Nelle parole di Galeno, medico di cultura ellenistica-romana (ca 150 d.C.)

… un corpo che viene visto fa una di due cose: o manda qualcosa da se stesso a noi e quindi dà una indicazione del suo carattere peculiare, oppure se non manda qualcosa lui stesso, resta in attesa che qualche forza sensoriale arrivi ad esso da noi.
[Galeno De placitis Hippocratis et Platonis]

Le teorie che prevedono il contatto nella direzione dall’occhio verso l’oggetto sono dette “emissioniste” (emission o extramission in inglese) e in queste teorie l’organo della visione, l’occhio, ha un ruolo attivo. Al contrario, le teorie per le quali la direzione del contatto è dall’oggetto verso l’occhio sono teorie “immissioniste” (o “intromissive”, intromission in inglese) e in queste teorie l’occhio ha evidentemente un ruolo passivo. In realtà gli antichi Greci hanno anche teorie della visione che sono contemporaneamente emissioniste ed immissioniste, cioè che prevedono sia l’emissione di qualcosa da parte dell’occhio, sia l’emissione di qualcos’altro da parte dell’oggetto osservato. Questi due flussi in qualche modo si incontrano in una posizione intermedia e possono coinvolgere anche altre entità, come la luce o il mezzo in cui avviene il contatto.

È anche possibile una seconda classificazione delle teorie della visione che, a parte alcune sovrapposizioni, distingue tra (a) teorie matematiche, in cui lo sviluppo geometrico della visione ha una parte preponderante, (b) teorie fisiche o filosofiche dedicate soprattutto agli aspetti causali e psicologici, e (c) teorie fisiologiche dedicate a questioni di tipo medico, anatomico e oculistico.

La più antica teoria della visione che ci è pervenuta è quella emissionista della scuola pitagorica ed è dunque da questa che dobbiamo partire per raccontare la storia del colore.10

Pitagora e la scuola pitagorica

Verso il 530 a.C. arriva a Crotone, una città achea della Magna Grecia (oggi in Calabria), un filosofo che era nato nel 582 a.C. nell’isola di Samo nel mar Egeo non lontano da Mileto, la patria di Talete, e che dopo alcuni viaggi in Oriente e in Egitto era sbarcato in Italia e aveva fondato una propria scuola filosofica. È Pitagora (582-495 a.C.) una figura immersa nella leggenda e della quale si conosce molto poco: c’è anche chi sostiene non sia mai esistito. Dopo aver operato per molti anni a Crotone, a causa di una sommossa Pitagora fugge a Locri, poi a Taranto e infine a Metaponto (colonie greche dell’Italia meridionale) dove muore nel 495 a.C. La scuola pitagorica persiste a lungo dopo la morte del suo fondatore. I pitagorici della seconda generazione (i principali esponenti sono Filolao di Crotone e Archita di Taranto) esportano il pensiero della scuola dall’Italia alla Grecia.

Pitagora era studioso dei numeri naturali, dell’armonia delle sfere celesti e dei principi dell’acustica, filosofo della natura, sostenitore del vegetarianismo e della reincarnazione, della giustizia e dell’amicizia. Il suo insegnamento aveva un aspetto mistico-religioso e nella scuola pitagorica vigeva una regola di segretezza che impediva alle dottrine di essere divulgate all’esterno.

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La pratica della segretezza che si praticava alla scuola pitagorica si fa risalire ad un personaggio leggendario, un egiziano di nome Ermete Trismegisto, contemporaneo di Mosè e ritenuto il fondatore della religione degli Egizi e maestro di Pitagora. È anche ritenuto l’autore del Corpus hermeticum, quattordici trattati che Marsilio Ficino (1433-1499) avrebbe tradotto nel XV secolo11. In questi testi troviamo la distinzione tra due categorie di esseri umani: la massa dei semplici e la schiera dei sapienti, degli “eletti”; questi ultimi sono in grado di cogliere la verità celata sotto i simboli e le lettere, mentre i primi vivono nell’ignoranza. È un paradigma che si è configurato per molti secoli nella cultura occidentale: la verità va mantenuta segreta, le cose essenziali non devono essere divulgate, ciò che è prezioso non è per tutti, la comunicazione non è un valore, troppa informazione fa male.

Pitagora ha avuto enorme influenza sul pensiero occidentale, anche attraverso Platone che ne fu fortemente influenzato. Cicerone, nel De natura deorum parlando dei pitagorici, ricorda come fossero soliti citare il maestro con la frase ipse dixit (“l’ha detto lui”). Nel Medioevo Pitagora continuò ad essere conosciuto ed apprezzato.12 Dante lo menziona otto volte nel Convivio e in De Monarchia e Raffaello lo raffigura nell’affresco La Scuola di Atene che ha dipinto nelle Stanze Vaticane.

Non ci è pervenuto nessuno scritto di Pitagora, ma abbiamo varie divulgazioni del suo pensiero. Le fonti risalenti al periodo in cui egli visse sono molto scarse (Filolao), mentre la documentazione aumenta man mano che ci si allontana da quel periodo (Isocrate, Platone, Aristotele). Le documentazioni più ampie sono del III e IV secolo dopo Cristo (Diogene Laerzio e i neoplatonici).

La visione secondo la scuola pitagorica

Secondo i pitagorici la visione avviene per mezzo di raggi di un “fuoco” invisibile (che possiamo considerare come una metafora dell’anima) che esce dall’occhio e attraverso l’aria o l’acqua raggiunge gli oggetti e li va a “toccare” quasi come fosse una mano, restituendo all’osservatore, in qualche modo non precisato, la superficie dei corpi, che i pitagorici chiamavano croma, “colore” e originariamente croma significava “pelle”. Aristotele ricorda l’etimo di croma.

il colore o è all’estremità dei corpi o è l’estremità, e perciò i Pitagorici chiamavano la superficie colore: il colore, in effetti, è al limite del corpo.
[Aristotele Del senso e dei sensibili 439a29-30]

Lo scrittore greco Plutarco (50-120) scrive che i pitagorici

…nominarono colore la superficie di un corpo. I generi dei colori erano il bianco e il nero, il rosso e il giallo. Le differenze di essi [colori] sorgevano da certe mescolanze di elementi; e negli animali, oltre a queste, nella varietà dei luoghi, dei costumi, e dell’aria.13

La teoria della visione della scuola pitagorica è dunque una teoria emissionista, che prevede l’occhio di un osservatore (che partecipa attivamente alla visione) e un oggetto (che svolge un ruolo passivo) ma, come altre dottrine antiche della visione, non prevede l’esistenza di ciò che oggi chiamiamo “luce”. Il primo pensatore ad introdurre esplicitamente la luce nel processo della visione sarà Platone. In realtà nella teoria pitagorica, la relazione tra visione e luce c’è, ma è implicita: la luce del sole è sorgente di calore e vita, e se non c’è luce non abbiamo il calore necessario per raccogliere le impressioni con gli occhi.

Su un altro versante Alcmeone di Crotone (ca 560-430 a.C.), discepolo di Pitagora impegnato nella medicina, aveva iniziato ad esplorare gli organi della visione scoprendo l’esistenza di un collegamento (quello che oggi chiamiamo “nervo ottico”) tra l’occhio e il cervello. Questa scoperta diede avvio alle riflessioni sulla possibile sede primaria della visione, riflessioni che dureranno 2000 anni e si concluderanno solo quando Keplero individuerà definitivamente nella retina dell’occhio la struttura fisica adibita alla ricezione della visione.

Alcmeone è stato anche il primo a registrare il fenomeno dei fosfeni, i lampi luminosi che si verificano quando si deforma meccanicamente l’occhio. È probabile che l’idea che dall’occhio venga emesso un fuoco interno che consente la visione derivi proprio da questo fenomeno.14 Questa teoria è così descritta da Teofrasto, discepolo di Pitagora:

Gli occhi vedono mediante l’umidità che li circonda. L’occhio, dice [Alcmeone], contiene fuoco, come è mostrato dal fatto che manda scintille quando è colpito. Vede dunque mediante la parte ignea e la parte trasparente, e tanto meglio vede quanto più è puro. Tutte le percezioni, dice, giungono al cervello e lì s’accordano
[Teofrasto De sensu]

Sempre ad Alcmeone si deve dunque l’indicazione del cervello come organo centrale del corpo umano, sede della conoscenza, intelligenza ed emozioni.

I primi pitagorici hanno una teoria della visione emissionista, ma non una teoria del colore. Sarà un altro greco occidentale, un pitagorico della seconda generazione che scrive poemi in dialetto dorico, a trattare esplicitamente per la prima volta il colore, Empedocle di Agrigento.


Note

1 In seguito il termine “filosofia” assumerà diverse altre accentuazioni: quella etica con il neoplatonismo, quella dell’accordo tra fede e religione con la Scolastica, quella della verità del metodo, quella dei limiti della conoscenza umana con l’Illuminismo e così via.

2 Charles Singer Breve storia del pensiero scientifico Einaudi 1961

3 Vasco Ronchi L’ottica scienza della visione Zanichelli 1955

4 Il brano in questione si trova alla fine della prima sezione della parte storica della Farbenlehre con il titolo “La nomenclatura del colore di greci e romani” ed è stato scritto dal filologo Friedrich Wilhelm Riemer (pag. 78-81 dell’edizione italiana La storia dei colori edita da Luni 1997).

5 I nomi in greco dei sei colori sono xanthos (giallo), eruthros (rosso), kuaneos (blu), porpureus (viola), phoinix (fenice) e polios (brina).

6 Su questo argomento seguo Guy Deutscher La lingua colora il mondo Bollati Boringhieri 2013 e Maria Michela Sassi “I colori dei Greci” nel n. 4 di “Multiverso”, 2007, dedicato al colore.

7 Nel 1858 la cecità ai colori (cioè il daltonismo) era ancora ignota al grande pubblico.

8 Jonathan Winawer et al “Russian blues reveal effects of language on color discrimination” Proceedings of the National Academy of Science, 2007; Aubrey Gilbert “Whorf hypothesis is supported in the right visual field but not the left” Proceedings of the National Academy of Sciences 2006. L’idea generale che il modo in cui i linguaggi codificano categorie culturali e cognitive influenzano il modo in cui si pensa, e che quindi persone che parlano linguaggi diversi tendono a pensare e comportarsi diversamente, è detta “ipotesi di Sapir-Whorf”.

9 David C. Lindberg Theories of Vision from al-Kindi to Kepler Chicago University Press 1976

10 Vincenzo Capparelli La sapienza di Pitagora CEDAM 1944 (ristampa 1988 e 2003 Edizioni Mediterranee) pag. 543

11 Paolo Rossi La nascita della scienza moderna in Europa Laterza 1997

12 Christiane L. Joost-Gaugier Pitagora e il suo influsso sul pensiero e sull’arte Arkeios 2006

13 Plutarco Placita philosoforum “De colorem”

14 Grüsser, Hagner “On the history of deformation phosphenes and the idea of internal light generated in the eye for the purpose of vision” Documenta Ophthalmologica 74, 1990, p. 57-85

 

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Mauro Boscarol

27/11/2010 alle 12:54

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