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Il blog di Mauro Boscarol sulla gestione digitale del colore dal 1998

Nella serie Storia del colore magenta

Perché il colore magenta si chiama così

La società britannica Simpson, Maule & Nicholson brevettò in Gran Bretagna nel 1860 un colorante sintetico chiamato roseine. Lo stesso colorante sintetico era già stato scoperto in Francia, a Lione, nel 1859 (l’anno delle battaglie di Magenta e Solferino) e brevettato dalla società Renard Frères & Franc in aprile con il nome di fuchsine. Ma il brevetto francese valeva solo in Francia ed inoltre il brevetto britannico riguardava un procedimento diverso per ottenere lo stesso colorante.

Simpson, Maule & Nicholson per motivi commerciali inizialmente chiamarono solferino il colore prodotto dalla roseine, ma presto cambiarono in magenta. Ci sono varie ipotesi sul perché a quel determinato colore sia stato dato il nome della città di  Magenta.

L’ipotesi più accreditata è che quando venne scoperta la roseine, Magenta e Solferino erano nomi noti in tutta Europa per le notizie delle battaglie, fra le più sanguinose mai combattute, che i giornali diffondevano.

I mercanti e i pubblicitari inglesi si appropriarono  immediatamente di questi nomi “di moda” per la loro pubblicità.

Scrive il blog Wordmall

Prior to the 1859 battle, the color was known as fuchsine (François-Emmanuel Verguin) or roseine (Edward Chambers Nicholson). Someone decided that the word magenta would tickle the public fancy more.

Molti annunci pubblicitari nel 1859-60 usavano i nomi delle due città Magenta e Solferino per pubblicizzare scialli e vesti, anche se non è chiaro se fosse per lo stile, il colore o altro. Il sito Wordcraft riporta che nel Wisconsin Daily Patriot del 5 agosto 1859 un negozio di New York pubblicizzava Magenta Long Shawls (scialli lunghi magenta) e un ristorante di Richmond annunciava che veniva servita la Solferino Soup.

Si tratta probabilmente di un meccanismo simile a quello avvenuto un secolo più tardi, tra il 1946 e il 1958, quando sull’atollo di Bikini nell’Oceano Pacifico vennero sperimentate le bombe nucleari all’idrogeno. La notizia venne pubblicata su tutti i giornali e fece molto scalpore. I pubblicitari pensarono allora di dare il nome bikini ad un tipo di costume da bagno femminile in due pezzi, che a quei tempi faceva anch’esso molto scalpore, come una bomba atomica.

Bikini

Probabilmente lo stesso meccanismo ha funzionato quando il tipografo parigino Francis Thibaudeau (1860-1925) pubblicò  nel 1921 una classificazione dei caratteri da stampa secondo le grazie che è rimasta famosa.

I caratteri erano classificati in quattro grandi famiglie: Antique (senza grazie), Egyptienne (con grazie squadrate), Romain Elzévir (con grazie triangolari), Romain Didot (con grazie filiformi). Qui sotto, nell’ordine, quattro esempi di queste quattro famiglie di caratteri:

Caratteri egizi

Successivamente la classificazione è stata espansa da Maximilien Vox nel 1954 e adottata dall’Associazione tipografica internazionale (ATypI) a Verona nel 1962, con ampliamenti.

Ancora oggi si chiamano “egizi” o “egiziani” i caratteri con le grazie squadrate (come il Rockwell qui sopra) ma non si è mai capito perché Thibaudeau diede questo nome a questi caratteri. Si sa che i primi caratteri di questo tipo appaiono in Inghilterra all’inizio dell’Ottocento ed è molto probabile che vennero chiamati “egiziani” in riferimento al grande interesse per l’egittologia che era presente al momento del loro apparire (appunto l’inizio dell’Ottocento).

Questo sarebbe un altro caso in cui un nome o un aggettivo “alla moda” viene usato per nominare qualcosa d’altro.

Altre ipotesi più suggestive ma meno credibili fanno derivare il nome dato al colore:

  • dal sangue sparso da migliaia di morti e feriti nelle battaglie di Magenta e Solferino (Vocabolario della lingua italiana Zingarelli, Grande Dizionario della lingua italiana Garzanti);
  • dal colore dei pantaloni degli zuavi di Napoleone III che combatterono a Magenta (Vocabolario della lingua italiana e Lessico Universale Italiano, Treccani);
  • dal colore delle giubbe dei garibaldini che presero parte ad entrambe le battaglie.

Zuavi (in francese zouaves) è il nome dato ad alcuni reggimenti di fanteria in diversi eserciti e in diverse epoche. I più conosciuti sono appunto gli zuavi francesi (sono esistiti anche gli zuavi pontifici).

Alla battaglia di Magenta partecipò il secondo reggimento di zuavi formato nel 1852 (e sciolto nel 1962). C’è chi sostiene che i pantaloni degli zuavi fossero tinti con il nuovo colorante sintetico fuchsine (quindi che fossero proprio di quel colore che poco dopo sarebbe stato chiamato magenta). È possibile, ma poco probabile, perché la produzione della fuchsine in Francia cominciò in maggio e la battaglia ebbe luogo ai primi di giugno, più o meno 20 giorni dopo.

Zuavo francese

Qui sopra, la complicata e scomoda uniforme di uno zuavo. La foto è stata fatta il 24 giugno 2005 durante la rievocazione della battaglia di Solferino.

In italiano il nome “magenta” per indicare il colore non viene usato prima degli anni Cinquanta/Sessanta del Novecento. Giuseppe Candiani, che pure ha prodotto industrialmente il relativo colorante, lo chiama roseine e non cita mai il nome “magenta” nelle sue Memorie del 1902. Giuseppe Ovio, direttore della Clinica Oculistica dell’Università di Padova, nel suo libro Visione dei colori del 1927 elenca numerosi nomi antichi e moderni di colori, ma non “magenta”.

Il primo uso della parola “magenta” inteso come nome di un colore è documentato nel Grande Dizionario della Lingua Italiana di S. Battaglia. Il termine è usato da Eugenio Montale nella poesia “Nubi color magenta…” in Bufera e altro che è stata composta nel marzo 1950 e in cui “magenta” viene usato come variante lessicale di “rosso” (il titolo precedente della poesia era “Il rosso e il nero”). Montale usa anche il nome “solferino” nella poesia “Dal treno” scritta nel settembre 1951 e pubblicata nello stesso volume.

Nell’ambito tecnico il termine “magenta” è in uso solo dagli anni Sessanta del Novecento, dopo che uno degli inchiostri per la stampa industriale viene così chiamato nella norma tedesca DIN 16539, nota con il nome di Europäische Farbskala für den Offsetdruck.

Il nome “magenta” verrà usato più tardi anche da Dino Buzzati nel suo ultimo romanzo Un amore, 1963 (“vestito di un completo di grisaille, camicia bianca, cravatta in tinta unita rosso magenta…”) e da Elio Vittorini in Le due tensioni (appunti di riflessione sulla letteratura raccolti in un volume postumo pubblicato nel 1967, “noi con la vista possiamo vedere un … color magenta…”).

“Magenta” come nome di colore è sinonimo di “fucsia”. In questo blog di Giordano Beretta c’è qualche osservazione sulla sinonimia, e in quest’altra pagina dello stesso blog è riportato questo grafico con le apparenze dei nomi di colori “fucsia” e “magenta” (che sono sinonimi) in oltre 5 milioni di libri tratti da Google Books e ordinati per anno:

Come si vede il nome “magenta”, come nome di colore, non era usato fino al 1859, anno della battaglia. Ma circa 5 anni dopo già supera il nome “fucsia” ed ha un picco negli anni 40 del Novecento. Fucsia continua ad essere usato, ma magenta molto di più.

 

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Mauro Boscarol

27/3/2009 alle 11:59

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