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Nella serie Meta lezione sul colore

La luce entra o esce dall’occhio?

La scienza moderna ha confermato, come causa della visione, l’ipotesi cosiddetta immissionista, cioè che la causa della visione è la luce che viene trasportata dai fotoni emessi, riflessi o trasmessi da un corpo, fotoni che entrano nell’occhio e lo attraversano fino al fotorecettori della retina. Tuttavia la teorie emissioniste nell’antichità (che supponevano che la luce o qualcosa di simile uscisse dall’occhio) hanno avuto grande fortuna e hanno formato la base sulla quale i Greci antichi (Pitagora, Empedocle, Euclide, Tolomeo) hanno costruito l’ottica. Sarà solo attorno all’anno 1000 d.C. che lo scienziato persiano Alhacen dimostrerà definitivamente il carattere immissionista della visione.

Probabilmente coloro che proponevano la teoria emissionista della visione avevano in mente il fenomeno presente negli occhi di alcuni animali, come quelli del gatto, della capra, della volpe, del gufo che apparentemente emettono luce. In realtà gli occhi di questi animali ricevono luce dall’esterno e questa luce viene riflessa da un tessuto iridescente che è adiacente alla retina (tapetum lucidum, assente nell’occhio umano). Il bagliore che pare uscire dai loro occhi (in inglese eyeshine) è semplicemente luce riflessa (da non confondere con il fenomeno degli occhi rossi che è anche un effetto  di riflessione del fondo dell’occhio, ma da parte della coroide, ricca di vasi sanguigni).

Eyeshine-gatto

È possibile anche che l’osservazione delle scintille scagliate dal fuoco facesse pensare all’occhio come una lanterna dalla quale venivano emessi i raggi visivi. Dante usa questa metafora nell’Inferno:

l’un si levò e l’altro cadde giuso,
non torcendo però le lucerne empie
sotto le quai ciascun cambiava muso.
Dante Inferno XXV-121

Quali sono i motivi per i quali la teoria emissionista della visione ha avuto successo ed è rimasta popolare per diversi secoli? Si può rispondere alla domanda notando che è possibile fare un parallelo tra lo sviluppo della scienza nell’antichità e lo sviluppo delle idee scientifiche nel bambino.


Il sapere ingenuo e la scienza degli antichi

Le idee “scientifiche” di un bambino sono basate sull’osservazione dei fenomeni osservabili e sul “buonsenso” e sono probabilmente innate e solide. Queste idee formano un tipo di sapere che viene chiamato “ingenuo” (naive in inglese) o anche “fenomenologico” per distinguerlo da quello “scientifico”.

Secondo Singer [Breve storia del pensiero scientifico Einaudi 1961]

quando un bimbo osserva per la prima volta coloro che lo circondano fa un tentativo imperfetto di dedurre norme o leggi universali, che nel loro genere e nel loro livello … sono l’essenza medesima della scienza.

I bambini hanno concetti sulla natura e sulla fisica che non sono concetti scientifici e che si formano mediante la percezione e le cose osservabili. Il sapere “ingenuo” riguarda il sistema cognitivo umano, che è prodotto da milioni di anni di adattamento evolutivo e serve a garantire l’adattamento e la sopravvivenza dell’individuo. Non dà però informazioni e non fa vedere e toccare il mondo di cui parlano i fisici e gli scienziati. Man mano che cresce e viene a conoscenza del punto di vista scientifico, il bambino, che ora è un giovane, è costretto a spostare il proprio sapere su un altro piano, e questo spostamento è complesso e delicato.

Una evoluzione analoga si può osservare nella storia della scienza. La scienza degli antichi, similmente al sapere dei bambini, è basata sulle prime osservazioni dei fenomeni e sul “buonsenso” che si è formato con l’adattamento evolutivo.

Man mano che le conoscenze evolvono, le osservazioni fenomeniche di buonsenso vengono sostituite da una visione scientifica. Per quanto riguarda la fisica, in Occidente questo è avvenuto solo nel XVI secolo a partire da Galileo.

La grande rivoluzione e la profonda rottura epistemica avviata con Galileo è consistita appunto nello spezzare il quadro “fenomenico” della tradizione greca antica (comunemente detta “aristotelica”) sostituendo alla visione “adattiva” della realtà una visione obiettiva, astratta matematizzabile.
[P. Bozzi Fisica ingenua Garzanti 1990 con  presentazione di Oddone Longo]

Una ricerca sulla concezione della luce e sulla visione fatta sui bambini da 6 a 12 anni in America conferma che la teoria emissionista delle visione, una teoria prescientifica, era per i filosofi greci antichi plausibile e solida così come lo è oggi per i bambini e i giovani ai quali viene chiesto di descrivere il processo della visione.

Un’altra ricerca [*] arriva alla conclusione che il 50% degli studenti di college americani (una popolazione mediamente colta ma non iscritta a corsi specifici sulla visione) crede nella teoria emissionista. E questo non perché preferisca, per insondabili ragioni, attenersi alle leggi della scuola pitagorica (con le quali probabilmente non ha mai avuto a che fare). Il motivo è che, pur non essendo la teoria pitagorica corretta, appare  basata sul buonsenso, che è sempre lo stesso, in ogni tempo e in ogni luogo, oggi come nel 500 a.C., in America come in Grecia.

*Winer, G. A., Cottrell, J. E., Gregg, V., Fournier, J. S., & Bica, L. A. (2002). “Fundamentally misunderstanding visual perception: Adults’ beliefs in visual emissions” American Psychologist, 57, 417-424.

 

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Mauro Boscarol

25/8/2012 alle 10:17

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